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Il cuore di Te Fiti e l'orrore (inconcepibile) di Te Ka


. ExData: Caro don Ciotti

Giuseppe Bonvegna     Vedi articoli   Chiudi articoli

Maria Rosa Tavecchia     Vedi articoli   Chiudi articoli

Stefano Biavaschi     Vedi articoli   Chiudi articoli

Il cuore di Te Fiti e l'orrore (inconcepibile) di Te Ka


La Disney non sbaglia un colpo neanche a volere. Dopo averci regalato – si fa per dire, mica siamo nel no profit – autentici capolavori, dopo avere attinto a piene mani dalla tradizione favolistica dei vari Grimm, Perrault e Andersen, dopo avere ancora escogitato la narrazione di un mito semi storico (e autoctono) come Pocahontas, e quello “epicantevole” di Mulan, i capaci sceneggiatori del colosso statunitense dell'animazione, hanno trovato il modo di creare un nuovo potpourri, mescolando con mestiere ed efficacia elementi fittizi e altri mitologici. E il risultato non è affatto male.
Con il 56esimo prodotto, la casa madre di Topolino, ha fatto centro. Di nuovo. Oceania è un prodotto gradevole, divertente, e non disdegna alcuni passaggi in cui anche palati più esigenti possono trovare di che cibarsi. Ambientato tra le abbacinanti isole vulcaniche dell'Oceano Pacifico – la protagonista Vaiana proviene da Motu Nui, due parole tautologizzanti che significano, nella lingua di Tahiti, “isolotto” e “isola” - la storia racconta di un mito ancestrale, quando c'era solo l'Oceano, e la dea Te Fiti, l'isola Madre, stava generando ogni cosa. Ma il semidio Maui (l'unico realmente fondato), spinto dalla cupidigia, rubò il suo cuore, una pietra verde, scontrandosi con il demone Te K?. Nella colluttazione, Maui perse il suo amo, e il cuore di Te Fiti andò perduto nelle profondità oceaniche.
A questo punto inizia la storia profana, con la piccola Vaiana che sin dalla più tenera età mostra una curiosità e una intraprendenza differente dagli altri pargoli. Al punto che il padre – in questo il film incarna un simbolismo, a parer mio, rovesciato; ma vi ritorneremo... -, il capo villaggio, deve continuamente dissuaderla dall'avventurarsi oltre il reef, perché in mare aperto si celano le peggiori minacce. Insiste il prudente genitore, il destino del loro villaggio si deve compiere “all'asciutto” del rassicurante salvagente di corallo, sebbene anche in quel rifugio l'onda lunga della perdita del cuore di Te Fiti, quando la gli alberi avvizziscono e le acque chete si spopolano dei pesci, necessari per sopravvivere.
In quel momento muore la nonna di Vaiana, dopo averle svelato il segreto secondo cui tutti loro appartenevano a una stirpe di navigatori, e averle dato il cuore di Te Fiti, lasciandole come consegna di attraversare il mare, trovare Maui e costringerlo a riportare il cuore laddove l'aveva mille anni prima carpito. Da par suo la progenitrice non abbandonerà l'ardimentosa nipote, accompagnandola nella sua nuova forma – un nume teriomorfo – di manta.
Non ci soffermiamo sulle avventure. Perché, dopo mille peripezie, Vaiana raggiunge la dove dovrebbe giacere l'isola di Te Fiti, trova solo uno spazio vuoto. Allora capisce: Te Fiti è Te K?. Il demone, senza cuore è l'altro volto della benevola generatrice di vita. Allora si fa raggiungere dal mostro e le depone la pietra proprio dove era stata rubata, e Te K?, dunque, perde il suo derma di lava e torna a essere la lussureggiante isola, dalla quale ogni cosa era stata generata.
In questo passaggio si realizza la “coniunctio oppositorum”, tanto cara agli alchimisti e da questi ereditata nello strano mondo psicoterapeutico di Carl Gustav Jung. Di più, volendo. Perché Oceania è un film identitario. Vaiana a più riprese si domanda infatti “chi è”. E il dilemma è sciolto, appunto, solo nella conclusione, quando si imbatte nell'archetipo femminile della Grande Madre generatrice/distruttrice.
Nel lungometraggio animato funziona, molto bene, la catena femminile, dove i ruoli chiave sono tutti occupati da donne, fatta eccezione per il semidio Maui.
Oltre a Vaiana, emergono dall'indifferenziazione la dea ambivalente, la nonna e persino la madre della giovane, che mentre il padre vorrebbe bruciare le barche, unica testimonianza di un passato di gesta coraggiose, le prepara una sacca per l'avventura imminente. Insomma, i maschi del film non fanno una grande figura. Persino Maui, a scapito del lignaggio soprannaturale, si riscatta solo nelle battute conclusive. E per ottenere questo, come abbiamo detto, gli autori devono impugnare un simbolismo rovesciato, perché in realtà il tema del viaggio, della scoperta e dell'avventura è, sul piano archetipico, una prerogativa maschile. Ma ne abbiamo scritto, più volte, altrove.
Qui l'accentramento sulla dimensione femminile consente l'epilogo appena descritto, e in questo almeno, gli autori riescono a dire qualcosa di interessante, ancorché inascoltato. Perché finiti i titoli di coda, rientrati nei ranghi sociali, la dimensione terribile della madre, continua a mancare di una rappresentazione credibile. L'immaginario continua a essere radicalmente differente. Nonostante il racconto dei fatti cosiddetti “reali” lo richiederebbe. Più spesso di quanto non si creda la cronaca mostri quanto Te K? sia inscindibile da Te Fiti, talvolta avvicinandosi in modo pauroso alle streghe che ci spaventavano – forse troppo – nelle fiabe.
Difficile da credere? Si può fare una prova estremamente semplice. Si apra un qualsiasi browser, e sulla onnipresente stringa di Google si digiti un nome e un cognome: Lamora Williams. Il motore di ricerca, caso più unico che raro, non si dimostrerà reattivo e non completerà la frase. Quando il nome sarà stato completato, si prema invio. Ed ecco che dai fondali del web, qualcosa emergerà. Non molto tuttavia. Solo articoli scritti immediatamente a ridosso del fatto di cronaca, e neanche uno in italiano. Gli italiani, pronti a farsi solleticare in ogni vicenda pruriginosa, non sono interessati, pur trattandosi di uno dei fatti di cronaca più agghiaccianti degli ultimi anni. Persino i pochi quotidiani – non le corazzate del Corriere e Repubblica, per intendersi – che avevano riportato un trafiletto sono stati incredibilmente sommersi nell'oblio.
Cos'ha fatto Lamora Williams? E' presto detto, anche se il solo racconto fa accapponare la pelle. La giovane madre di Atlanta lo scorso tredici ottobre ha preso due dei quattro figli, i più piccoli segnatamente, e li ha infilati nel forno, uccidendoli. Non solo. Durante l'omicidio è rimasta impassibile a filmare la scena, inviando poi via Whatsapp la inenarrabile sequenza al padre.
Ora, non è questa la sede per stabilire quale sia la giusta pena per un tale crimine, né se esista una pena adeguata, e nemmeno per valutare quale livello di compromissione psichica sia stato necessario per arrivare fin lì. Non ci interessa, e lasciamo il dibattito a giudici, periti, e quanti si vorranno esprimere.
Ciò che sorprende è l'inammissibilità di una cosa del genere nel nostro immaginario. La violenza “sulle” donne è – giustamente – oggetto di un dibattito serrato, i fatti di cronaca ribadiscono quanto sia necessario tenere la guardia alta. Tuttavia quando si parla di violenza “delle” donne, improvvisamente si entra nella terra di nessuno. Non che non ci sia, ma come documenta la vicenda dei bimbi di Lamora, non è rappresentabile. Manca un codice, un engramma affinché se ne possa semplicemente parlare.
Eppure basterebbe accostarsi, dopo tanti anni, alla libreria di quando eravamo piccini, dove coperti di polvere, ci sono ancora alcuni libri, dimenticati e sepolti nel nostro inconscio. Sarebbe sufficiente aprire Hansel e Gretel...

Il cuore di Te Fiti e l'orrore (inconcepibile) di Te Ka - Claudio Mercandelli - 08.11.2017 - Visite: 5

 
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