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"Vogliono morta la Chiesa"


Pell è il capro espiatorio


       
“Il cardinale è stato condannato su un pregiudizio”. Intervista  all’editorialista australiano non cristiano Andrew Bolt. “Non si vuole capire che la chiesa viene attaccata non solo per i crimini di abuso sessuale ma proprio in quanto chiesa. A molti essa sembra un freno rispetto al loro comportamento, e la vogliono morta. E’ oppressiva e quindi deve essere soppressa”, dice al Foglio Andrew Bolt, l’editorialista australiano che sull’Herald Sun – il secondo quotidiano più letto dell’isola – ha avuto il coraggio di scrivere un editoriale in cui difende a spada tratta George Pell. Coraggio perché dopo quell’articolo la sua casella mail è stata invasa da messaggi di protesta e anche qualche minaccia. La tesi di Andrew Bolt, che non è cattolico e neppure cristiano, è chiara: “Il cardinale George Pell è stato falsamente condannato per aver abusato sessualmente di due adolescenti. Questa è la mia opinione, basata sulle evidenze schiaccianti”, ha scritto sull’Herald Sun. “E la mia opinione si basa anche su quante volte Pell è stato accusato di crimini e peccati che non ha chiaramente mai commesso. Ma alla fine un po’ del carico di fango gettato contro di lui gli è rimasto addosso. A questo si aggiunge che Pell, il cattolico più in vista d’Australia, è stato costretto a pagare per i peccati della sua chiesa e una campagna mediatica di denigrazione”Bolt definisce il cardinale un capro espiatorio: “La chiesa cattolica da molti anni ha una copertura molto negativa da parte della maggior parte dei media australiani, compresa la nostra emittente statale, l’Abc. Pell è stato attaccato per più di vent’anni, da quando è diventato la voce più prominente e conservatrice della chiesa in Australia. Fu prima attaccato come arcivescovo di Melbourne per la sua leadership conservatrice, dove si fece notare per le riforme attuate nelle scuole cattoliche dello stato di Victoria. E’ stato anche attaccato per aver messo in guardia contro le pretese esagerate di quanti credono al riscaldamento globale. Poi sono arrivati gli scandali relativi agli abusi sessuali su minori nella chiesa cattolica”, dice al Foglio. “Ho elencato dieci motivi per cui trovo difficoltà a credere a questo verdetto. Posso dire anche altro. Ad esempio, è davvero possibile che un arcivescovo scappi dopo la messa senza nemmeno parlare con i fedeli all’esterno, senza essere notato dal cerimoniere incaricato di seguirlo (mons. Charles Portelli, che ha definito l’abuso impossibile e ha testimoniato di aver scortato l’allora arcivescovo dal momento in cui arrivò alla cattedrale fino al momento in cui se ne andò), andare in sacrestia e abusare sessualmente di due ragazzi di 13 anni che non aveva mai visto e che non sapeva chi fossero, in una stanza normalmente occupata con la porta spalancata? E dobbiamo crederci quando un ragazzo, ora morto, ha detto a sua madre che questo non è successo? E c’è di più. Anche altre persone stanno sollevando dubbi. L’ex primo ministro John Howard ha scritto al cardinale Pell un attestato di stima. Ricordiamo che nei nostri tribunali una giuria deve condannare qualcuno colpevole ‘ogni oltre ragionevole dubbio’. Se c’è qualche ragionevole dubbio, non può condannare qualcuno. Trovo incredibile che la gente non possa dubitare del verdetto una volta che si conoscono i fatti. Ma l’odio per Pell è così estremo che è difficile ammetterlo”.Le altre ragioni le ha esplicitate nel suo editoriale: “Ci dicono di credere che Pell a metà degli anni Novanta abbia trovato due ragazzi del coro nella sagrestia della cattedrale di San Patrizio mentre bevevano il vino dell’altare subito dopo una messa che Pell aveva celebrato. Ci dicono di credere che Pell abbia costretto un ragazzo a fare sesso orale con lui mentre tratteneva l’altro, e poi abbia molestato entrambi. I ragazzi erano presumibilmente scappati via dalla processione dopo la messa per irrompere in sagrestia, ma nessuno degli altri coristi che ha testimoniato ha detto di averli notati mentre lo facevano, né li ha notati ricongiungersi successivamente al coro”. Si capisce bene, insomma, perché “una prima giuria non sia riuscita a condannare Pell”. C’è poi un’altra questione che viene sollevata anche da diversi uomini di curia, che sotto la garanzia dell’anonimato – i tempi sono difficili per tutti – concordano con quanto sostiene Bolt, e cioè che “un uomo intelligente e cauto come Pell non avrebbe mai potuto mettere a rischio la sua brillante carriera e il suo buon nome in un assalto così folle per di più in un luogo pubblico”. La chiesa ha tante responsabilità, sottolinea al Foglio l’editorialista dell’Herald Sun, che parla addirittura di “comportamento vergognoso” su questo tema, concordando sul fatto che le scuse sono arrivate troppo tardi. Però bisognerebbe ricordare che “in Australia vent’anni fa furono attuate diverse riforme, molte per volontà del cardinale Pell. La chiesa non ha chiarito abbastanza bene che la stragrande maggioranza dei casi di abusi sessuali di cui ora sentiamo parlare non sono cosa recente, ma vanno dai venticinque ai cinquant’anni fa”.Il punto, spiega Bolt, è che “Pell è stato accusato molto spesso di gravi offese da parte di persone che si stavano chiaramente sbagliando. Forse ricordavano male, forse miravano al tizio sbagliato. O forse cercavano qualcuno che pagasse e hanno scelto l’uomo che i media hanno diffamato da quando è emerso come il difensore più controverso e conservatore della chiesa in questo paese”. Di accuse false ce ne sono tante, molte sono cadute durante il processo – fu accusato di aver abusato di minori durante la proiezione di un film a Ballarat, sei mesi prima che quel film effettivamente fosse proiettato in città. Le molestie in piscina (anni Settanta) sono una bella storia ma falsa, visto che l’accusa ha preferito lasciar perdere sapendo che non si sarebbe approdati a nulla. “George Pell è sopravvissuto a tante accuse false e ora è caduto per una delle più improbabili. E’ il nostro caso O. J. Simpson, ma al contrario. Un uomo è stato riconosciuto colpevole non sui fatti, ma sul pregiudizio”, ha chiosato Andrew Bolt.
Matteo Matzuzzi - Il Foglio, 28 Febbraio 2019



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