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I docenti non sono dei privilegiati.


Una risposta a Gianni Zen


Egregio Professor Zen ho letto con perplessità e stupore quanto da lei asserito in un articolo pubblicato da La Tecnica della Scuola. Pur essendo fra i docenti che hanno avviato la didattica a distanza con entusiasmo, anche grazie ad esperienze pregresse, sento di non condividere il tenore di quanto sostiene.

Lei si rivolge ai docenti come se fossero dei “privilegiati”. Da quello che mi risulta lei è un preside e immagino che guadagni almeno il doppio dei docenti. Mi risulta anche che lei è un ex parlamentare e in quanto tale dovrebbe percepire un vitalizio. Trovo pertanto imbarazzante che una persona nella sua posizione si rivolga a quelli che potrebbero essere suoi dipendenti come a dei privilegiati. Sarebbe come se Maria Antonietta considerasse privilegiata una cuoca di Versailles. Attingendo alla saggezza popolare si potrebbe dire “da quale pulpito viene la predica” oppure “predica bene e razzola male”.
Lei cita i medici come esempio di persone che lavorano in modo indefesso e a loro va sicuramente tutto il nostro plauso. Ma i nostri operatori sanitari sono eroi e allo stesso tempo vittime. Non sono forse sottoposti a turni massacranti perché nel corso degli ultimi decenni i tagli alla sanità sono stati senza soluzione di continuità? Molti di loro non sono forse morti proprio perché non sono stati messi nelle condizioni di lavorare in modo sicuro, sguarniti anche delle più semplici protezioni?

Noi stiamo vivendo un momento di straordinaria emergenza e quando la nave affonda la salvezza viene da coloro che mantengono la lucidità, non da coloro che, pur animati da buone intenzioni, forniscono risposte emotive e contribuiscono solo ad alimentare l’agitazione. Noi stiamo affrontando una situazione della quale non conosciamo gli esiti e agire sull’onda dell’emozione potrebbe portare a non si sa quali risvolti civili e penali nel futuro.

Alla luce di ciò è del tutto evidente che l’appello al contratto non è un modo di eludere alle proprie responsabilità, ma un necessario desiderio di chiarezza. Se come docente sto lavorando, potrei ammalarmi, anche di coronavirus ovviamente (gli insegnanti sono eroi immortali!) e dunque devo chiedere un permesso per malattia. Cosa che invece non serve se sto facendo volontariato. Mi sembra corretto che io sappia cosa sto facendo, proprio per evitare molto probabili contenziosi in futuro.

Vogliamo parlare di centinaia e centinaia di docenti che si sono dovuti improvvisare esperti in tecnologie delle quali fino al giorno prima erano del tutto all’oscuro? Non basta la buona volontà, servono competenze affinché la didattica a distanza possa produrre degli effetti.
Che cosa dire poi dell’uso dell’emergenza del momento per chiedere in futuro una modifica del contratto, ovviamente in termini peggiorativi per i docenti? Lei scrive: «Ci sarà, ci dovrà essere il tempo per ripensare poi a tutto ciò che serve per rimettere ordine, per ricreare le condizioni di quadro democratico maturo anche nel mondo della scuola, con rifacimento e ripensamento anche degli attuali contratti di lavoro, ancorati a vecchie logiche garantiste, più a favore dei docenti che degli studenti e delle famiglie».

Da quello che si può leggere in rete lei non è nuovo a certe esternazioni e sembra che provi un certo gusto nel puntare il dito contro la categoria. Le uniche cose di cui la scuola ha bisogno sono la rimozione di quella patina di diffidenza che lei – e troppi insieme a lei – alimenta e la fine di vessanti impegni che hanno sempre più trasformato i docenti in burocrati del sapere al fine di liberare creatività ed energie utili al ritorno di una vera didattica. Ma dubito che tutto ciò possa essere compreso da chi ha un’idea asfissiante della scuola.

Lettera firmata 



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