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Chi sono io - Parte 2.


OGNI UOMO E' ARCIPELAGO

Il trappista statunitense Thomas Merton intitolò nel 1955 un saggio 'Nessun uomo è un'isola'. Ed è vero, ancorché per difetto. Perché, restando nella metafora geologica, ogni uomo è piuttosto un arcipelago. Un arcipelago particolare in verità, dove a emergere è effettivamente una sola isola, ma molte altre si agitano sotto la superficie dell'acqua. Alcune giacciono a profondità imperscrutabili, altre spuntano tra le onde non appena il mare si fa mosso; alcune ancora appartengono a un passato di cui non si ha memoria, mentre altre emergeranno, forse, in un futuro indecifrabile, altre ancora sono scogli invisibili, di dimensioni modeste, ma in grado di far naufragare - se sottovalutati - i più colossali transatlantici. Lo stabilisce in modo assai convincente la psicologia dei complessi - le isole sommerse - di Jung, o il conflitto tra pulsione e civiltà in Freud. A emergere dall'arcipelago è una sola isola perché questo è il lavoro della educazione - educere, 'tirare fuori' - ma sotto la superficie ne vibrano molte altre, pronte a balzare fuori alla prima bassa marea.
Perché ogni cosa che esiste, per il semplice fatto di esistere, anela alla luce e alla vita. Mutati mutandis, ogni aspetto della personalità, quando non addirittura altre personalità tout court, aspirano a essere riconosciute e legittimate. Per quando scabrose, o per quando giudicate inopportune dal racconto sociale, dalla convenienza o dalle aspettative diffuse. Questo è un punto cruciale, perciò vi indugeremo ancora. L'attività degli educatori (i genitori, gli insegnanti, quelli che i libri sulla educazione li scrivono, e coloro che sul bene di figli e studenti discettano, convincendosi con troppa indulgenza di fare ogni cosa per il bene delle inermi cavie dei propri esperimenti) viene rinforzata da un immaginario molto potente, la cui finalità manifesta è sempre quella di insegnare a 'stare al mondo'. Perché il mondo quello è, punto e a capo!
Finanche il lessico adottato esprime la prerogativa del tipo di movimento, ove ogni azione impartita nel nome della buona pedagogia, viene nutrita dall'uso della terza persona singolare (più raramente la terza plurale): una determinata cosa 'si deve' fare in quel determinato modo. E la bontà (presunta) del risultato, giustifica ogni tipo di azione, non di rado la forzatura. In questa sovrastima del principio di realtà - da cui nemmeno Freud riuscirà a distanziarsi - nasce probabilmente da un coacervo di convinzioni, tra le quali un ruolo chiave è certamente, noi crediamo, la convinzione giudaico/ellenistica che la realtà sia 'buona', e che ogni adattamento, ogni assuefazione, ogni assestamento all'ambiente circostante, non potrà che essere intrinsecamente benedetto dal medesimo sistema che solca i filari della semina e raccoglie le messi quando i frutti sono maturi.
In nessun passaggio ci si domanda, né si porta rispetto a ciò che vi potrebbe essere latente, 'chi sia' colui che quel processo dovrà subire. Anzi, spedire se possibile ogni aspetto disomogeneo nelle profondità oceaniche, è la migliore educazione possibile. Nel migliore dei casi ci si affiderà a una immagine stereotipata offerta dalla antropologia dominante, rigorosamente uguale per tutti; né mai si potrà imbattere in una auscultazione delle prerogative e dei fabbisogni individuali. E se appunto non accade mai di intravedere una qualsiasi azione educativa che tenga in alcun conto di elementi individuali anche molto semplici, è facile immaginare il triste destino di quelli che Carl Gustav Jung chiama 'complessi', la cui - mai parola fu tanto azzeccata - banale ammissibilità implicherebbe una dannata e sgradevole complicazione. Tralasciamo (in questa sede) le conseguenze tragiche che le omissioni comportano, sottolineando esclusivamente la vastissima congerie di sintomi - che noi impropriamente chiamiamo 'malattia mentale' - che contrassegnano un adattamento riuscito male, tanto quanto un altro riuscito chirurgicamente bene.
La vastissima letteratura psicoanalitica ha documentato irrefutabilmente che esattamente ciò che viene 'rimosso' finisce per essere determinante in un altro momento, e quanto più un elemento viene allontanato dalla torre di controllo della ragione, diventa la scossa tellurica in grado di farla vacillare in un altro momento, generando spettri, contaminando pesantemente la vita emozionale del soggetto.
Se gli aspetti scartati di una personalità sono veri e propri nuclei identitari, se l'educazione riesce a far affiorare una sola isola, sommergendo tutte le altre, allora sulla linea d'orizzonte dell'Oceano si profileranno nubi dense e nere, foriere delle peggiori tempeste.
Esiste tra gli scultori il paradigma della ablazione - saccheggiato guarda caso da certa pedagogia, nonché dalla teologia -, per cui l'artista non inventa la forma da imporre al blocco di marmo, ma la trova, preesistente, e si limita a farla affiorare, sgrezzandola da tutto ciò che è superfluo o dannoso. Ma se nella pietra vi fossero più forme - o istanze più complesse di quella -, lo stesso processo cui si indulge alla bontà dell'azione educativa, implicherebbe la necessità del raschiamento di tutte le altre. E se l'unica forma cui si decide di portare avanti la gestazione, fosse determinata - sarebbe anacronistico escluderlo - da una maieutica sociale dominante, e non solo dalla presunta forma trovata nel granito, l'aborto non ne conseguirebbe nel modo più violento possibile? L'azione dello scalpello non sarebbe simile al bisturi di un vivi sezionatore? Ebbene, questo scenario terribile è esattamente quello di cui siamo ostinatamente convinti; l'educazione, parenetica e assertiva che conosciamo in questa porzione di mondo, non si comporta come una amorevole ostetrica, ma come una cinica mammana che stabilisce, di uno zigote plurigemellare, quale sia il virgulto da far crescere e i tanti da recidere sin da principio.
Ora, che riteniamo aver chiarito a sufficienza questo concetto, torniamo al tema con cui eravamo partiti. Sul tavolo del tema di identità - chi sono io? - da qui in poi abbiamo abbastanza elementi da ritenere che si tratti di un tema assai più delicato e controverso di quanto uno qualsiasi degli immaginari di riferimento potrà mai tratteggiare (a questo riguardo rileviamo che, per la psicologia analitica junghiana la stessa domanda 'chi sono io' potrebbe rivelarsi sovrastimata in partenza, e si dovrebbe sostituire, suggeriamo noi, con la più congrua 'chi è Sé'). Il quadro così dovrebbe essersi sufficientemente arricchito - anche se preferiamo dire complicato -; l'Io, per come lo si intende è l'esito mai del tutto compiuto di un interminabile sequenza di segmenti, accelerazioni, diversificazioni, forzature, allentamenti e regressioni. E il tempo è il dedalo entro cui questo delicatissimo processo si snoda, perché nessuno può o potrà mai essere se stesso al netto della propria storia. Perciò possiamo ritenere seducente - ma neanche troppo - l'ipotesi di un dibattito su cosa sia l'Io, quale sia la sua vera identità, e che cosa debba fare un adulto per consentirgli di emergere e crescere armoniosamente. Potrebbe altresì attrarre il dibattito su cosa sia la vera natura, e quali obiettivi si debbano focalizzare perché il processo, nella sua autenticità, rispetti la sua più intima veridicità. Potrebbe, sì. Ma il rischio che l'esito di un tale dibattito sia un 'dover essere' (o un 'aver da essere', come diceva Sofia Vanni Rovighi) il cui carattere assertivo e, ultimamente, impositivo, dovrebbero rendere restii dal voler trarre una conclusione. Perché la storia di ogni persona è talmente complicata - come modestamente abbiamo cercato di illustrare - al punto che un determinato individuo potrebbe arrivare al risultato 'giusto' (pur ammettendo e niente affatto concedendo che esista l'esito ortodosso di un processo educativo) -, ma arrivarci per la ragione sbagliata, o per un motivo provvisorio, troppo presto oppure troppo tardi, o ancora arrivarvi come forma di ossequio e adeguamento alle aspettative collettive, come esito della cosiddetta pressione sociale. Nella sostanza per una forzatura e non per una libera scelta. E quindi un tale dibattito, se non fosse rispettoso dei molteplici fattori (e molti altri) che abbiamo provato a evidenziare, sarebbe soltanto una perdita di tempo nel migliore dei casi, oppure una pericolosa teoria generale dell'uomo nel peggiore. Basta guardarsi intorno, intercettare gli sguardi sui mezzi pubblici, sedersi nella sala d'aspetto di un medico di base; basterebbe ascoltare le persone che incontriamo per accorgersi, nella filigrana nascosta, di quanti adattamenti traumatici, quante acquiescenze subite, quante falsificazioni e quanto dolore vi possa essere sotto la divisa di un buon padre di famiglia, una madre protettiva, un figlio educato, una figlia annoiata, un insegnante pignolo, un commercialista ambizioso, o un anziano disilluso.
Poiché l'unica risposta sensata alla domanda su chi siamo, continuerà a essere 'non lo so!'. Ogni virgola, o sospiro, aggiunto dall'esterno sarà inesorabilmente una prevaricazione.

Chi sono io - Parte 2. - Claudio Mercandelli - 15.12.2017 - Visite: 98

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